Quattro generazioni di tartufai, un legame profondo con il territorio toscano e una visione pionieristica che ha saputo portare l’eccellenza del tartufo nei canali del travel retail e sui mercati internazionali. In questa intervista, Cristiano Savini ci guida alla scoperta dei valori autentici della filiera, del rispetto per la natura e delle sfide future tra esperienze immersive e nuove tendenze del gusto.
Savini Tartufi rappresenta una storia di eccellenza e di famiglia tramandata da quattro generazioni nel segno del rispetto per la natura. Quali sono i valori fondanti ereditati dai vostri antenati che continuano a guidare l’azienda oggi, e come si evolve il mestiere del tartufaio in un mercato globale?
Quattro generazioni ci hanno trasmesso la capacità di scegliere i tartufi, il rispetto dei tempi della natura e l’attenzione per le persone che li cercano. Il mestiere del tartufaio si è evoluto: oggi lavoriamo soprattutto sul mercato internazionale ma, esattamente come nel passato, i nostri valori si traducono in decisioni concrete. Ci assumiamo la responsabilità che accompagna l’intero percorso del tartufo, dalla selezione alla conservazione fino al post-consegna, offrendo spesso consigli pratici su come conservare il prodotto o fornendo ricette dedicate. C’è molto da fare ogni giorno per preservare la cultura del tartufo e il lavoro che lo conduce fino alla tavola delle persone.
Nel mondo del tartufo la sostenibilità e il legame simbiotico con il bosco sono imprescindibili (“nel bosco siamo ospiti”). In che modo Savini Tartufi tutela questo patrimonio naturale unico e lo racconta a un pubblico di consumatori sempre più attento alla trasparenza e all’origine?
Ricordiamo sempre che “nel bosco siamo ospiti”, perché il nostro lavoro dipende dall’equilibrio della natura. Il tartufaio è una sentinella nel bosco e chi raccoglie questo diamante sa bene che, senza tale equilibrio, è impossibile che nascano i tartufi. Il tartufo è un mistero in cui convergono la qualità del terreno, degli alberi e dell’ambiente, ma anche il rispetto per chi lo cerca. Ogni specie ha esigenze diverse in termini di terreno, clima e stagionalità e vive in simbiosi con determinate specie arboree. Il bianchetto, ad esempio, cresce anche nelle pinete lungo le coste: una testimonianza della varietà degli ambienti in cui possiamo trovare il tartufo.
Conoscere questa biodiversità significa comprendere quanto sia importante rispettare gli equilibri del bosco e contribuire a preservarli. Il compito di Savini è tramandare questa cultura dell’attenzione e della tutela della natura, portandola ad esempio nelle scuole: valori fondamentali che desidero trasmettere ai miei figli e a tutte le nuove generazioni.
Accanto al prodotto fresco e alla selezione d’eccellenza, Savini ha saputo sviluppare una proposta che unisce la tradizione alle esperienze dirette, come la caccia al tartufo e le attività di accoglienza. Quanto è importante oggi l’offerta esperienziale (la Truffle Experience) per valorizzare il brand e avvicinare i viaggiatori gourmand?
La Truffle Experience è stata introdotta proprio da me nel 1998: si tratta di una ricerca del tartufo aperta al pubblico. È un’esperienza sul campo che permette di toccare con mano quanta fatica, passione e mestiere si celino dietro il nostro lavoro, facendo comprendere il legame profondo tra la pianta, il terreno e il tartufo, e tutta la bellezza che ruota attorno a questo mondo. All’inizio non nasceva come un’esperienza turistica, ma come uno strumento per raccontare la nostra attività a clienti, collaboratori, distributori e addetti ai lavori, inclusi gli operatori del travel retail. Ed ancora oggi è così. I tavoli di lavoro nascono proprio dopo la caccia al tartufo. È stata un’intuizione di grande forza e ha contribuito alla diffusione della cultura del tartufo. Ma attenzione: non si tratta di semplice storytelling, bensì di un modo diretto per trasferire competenze e fiducia. Oggi questa iniziativa si è trasformata anche in un’offerta turistica B2C, con un approccio più divulgativo, pensato anche per chi si avvicina al tartufo per la prima volta.
Tra le vostre linee di prodotti più amate – dalle salse ai condimenti, fino alla pasta e alle specialità – quali registrano le performance più significative e come nasce l’ispirazione per coniugare la tradizione toscana con le nuove tendenze del consumo?
Dipende dal mercato a cui ci rivolgiamo. Abbiamo sei o sette prodotti iconici, alcuni dei quali inventati da noi, come il miele al tartufo. L’idea nasce dal racconto di mio nonno, che usava il miele come panacea per ogni malessere: nel bosco portava pane e miele per rifocillarsi e, frugando nelle tasche, dove raccoglieva piccole briciole di tartufo, ne spargeva un po’ sopra. Dal racconto di famiglia nacque il confronto con Gualtiero Marchesi, che ci consigliò di trasformare quell’abbinamento in un prodotto vero e proprio. È stato il nostro primo articolo fuori dagli schemi e ci ha aiutato ad affacciarci sui mercati esteri, proponendo un utilizzo del tartufo diverso da quelli più consueti.
Tra le nostre specialità ci sono le Peschiole al Tartufo, nate da un’idea di mio padre Luciano: piccole pesche raccolte ancora acerbe, croccanti e sorprendenti, che nell’aspetto ricordano un’oliva e accompagnano l’aperitivo. Di recente, inoltre, abbiamo presentato le salse piccanti al tartufo, che stanno riscontrando un notevole successo soprattutto tra i giovani, accanto ad altre interpretazioni, come la salsa barbecue al tartufo.
Il travel retail e i luoghi della mobilità rappresentano una vetrina strategica straordinaria per l’eccellenza agroalimentare italiana e per il “Made in Italy” nel mondo. Quali sono le specificità e le sfide nel presidiare gli hub del trasporto con un prodotto così esclusivo e identitario?
La nostra presenza nel travel retail nasce dal rapporto con un cliente che gestiva un negozio enogastronomico all’aeroporto di Pisa. Nel fine settimana andavo personalmente a curare le degustazioni, riscontrando un interesse e un apprezzamento straordinari. È iniziato così il mio legame con il mondo dei viaggiatori, vissuto sempre sul campo e in prima persona.
Da lì ho capito che portare il tartufo nelle vetrine osservate da chi viaggia non è scontato: nei mercati esteri è un prodotto raro ed è un simbolo profondo dell’Italia, della nostra cultura e della nostra biodiversità.
Nel tempo il travel retail è diventato per noi un canale strategico fondamentale, cresciuto sempre di più, e mi ha permesso di far conoscere la storia e i valori di Savini a un pubblico internazionale.
I nostri corner raccontano il nostro mondo in modo adeguato e gli scaffali parlano del tartufaio, del bosco e del tartufo stesso attraverso una proposta chiara e immediata, pensata per chi ha pochi minuti per scegliere, capire come utilizzare il prodotto o fare un regalo. Per questo motivo, costruire una sinergia stabile con i partner del travel retail richiede impegno, ma è un percorso estremamente stimolante.
Per una storica realtà d’eccellenza come la vostra, qual è il valore aggiunto di far parte di un’associazione di categoria come ATRI (Associazione Travel Retail Italia) e in che modo la sinergia associativa contribuisce a valorizzare il comparto del food italiano nei canali del retail aeroportuale e ferroviario?
Il valore di ATRI consiste principalmente nell’aumentare le opportunità di confronto con chi conosce a fondo il mondo delle persone in viaggio. Ci aiuta a costruire una distribuzione in cui riusciamo a comprendere realmente le esigenze del cliente e costruire un’offerta sartoriale. Spesso traggo spunti preziosi per il nostro marketing partecipando ai forum dell’associazione, ricevendo in anteprima indicazioni sulle tendenze di mercato e sulle aspettative delle nuove generazioni. Credo fermamente che il cibo italiano rappresenti ancora oggi un’opportunità straordinaria, e ATRI favorisce quel dialogo indispensabile per offrire proposte di valore elevato.

