Giulia Limberti, a.d. di +39 illustra il valore dell’esperienza immersiva nella pelletteria Made in Italy all’interno degli scali aeroportuali
Il legame con il territorio, l’eccellenza della materia prima e la capacità di trasformare un passaggio in aeroporto in un’esperienza sensoriale indimenticabile. Giulia Limberti, amministratore delegato di +39, ci racconta come un brand nato dall’artigianalità toscana sia diventato un punto di riferimento nelle gallerie commerciali dei principali scali italiani. In questa intervista, esploriamo il valore del Made in Italy autentico, l’importanza della vendita assistita e la sfida di competere nei crocevia del mondo mantenendo intatta l’anima della tradizione analogica.
Com’è nato il progetto +39? Qual è stata l’intuizione originaria che ha spinto l’azienda a scommettere sul prefisso internazionale dell’Italia come nome e simbolo di un intero marchio?
Il progetto nasce dalla convinzione che un format legato all’artigianalità toscana possa intercettare chi cerca un ricordo autentico, introvabile altrove. Il brand non è solo un riferimento all’italianità, ma un richiamo a un mondo analogico e tradizionale, evocato proprio dal prefisso telefonico.
Quali sono state le tappe fondamentali per consolidarvi nel settore degli accessori e della valigeria?
È stato un percorso di espansione in diversi scali, adattando i parametri a ogni aeroporto, ma mantenendo saldo il nostro format, riassunto nel payoff “Feel Italian Leather”. Ogni nuova apertura è stata una tappa fondamentale perché i clienti sono sempre diversi; per loro costruiamo un’offerta sartoriale, con grande attenzione al pubblico che transita nello scalo.
In che modo il brand declina quotidianamente i valori dell’artigianalità nei propri processi?
Siamo un multi brand con radici in Toscana, regione dalla storica tradizione nella pelletteria. La nostra selezione si basa su un’esperienza pluriennale che ci ha permesso di instaurare rapporti diretti con la filiera locale. Nel tempo abbiamo anche sviluppato prodotti di private label che rappresentano l’anima della produzione toscana.
Oltre al “bello”, quanto contano ricerca tecnologica e durata del prodotto?
Entrambe le qualità sono essenziali. La qualità è espressa dalla durabilità: la lunga vita dei prodotti, un tempo tramandati di generazione in generazione, è oggi garantita dall’innovazione delle lavorazioni, sempre artigianali, che potenzia la tradizione.
Perché il canale aeroportuale è diventato strategico? È davvero la “vetrina del mondo”?
Sì, l’aeroporto è il primo e l’ultimo punto di contatto di un viaggio. Offre la possibilità di intercettare un pubblico vasto in un momento in cui il passeggero è predisposto all’acquisto. È l’opportunità perfetta per veicolare un messaggio di italianità autentica.
In qualità di associata ATRI, come vede il posizionamento dei brand italiani nei nostri scali? Siamo pronti a competere con i grandi colossi internazionali puntando sulla nostra specificità?
Sì io penso che la chiave sia la tipicità e la tradizione con un’attenzione al contesto commerciale che deve mantenere un legame saldo con il Made in Italy.
Chi è il vostro cliente tipo? Viaggiatore d’affari o turista?
È difficile identificare un profilo unico, ma grazie al nostro assortimento intercettiamo diversi impulsi d’acquisto. Sia il target business che il turista sono orientati verso prodotti locali introvabili in altri contesti, che abbiano una storia da raccontare.
Se dovesse scegliere un prodotto iconico che più di tutti riassume la storia e l’anima di +39, quale indicherebbe e perché?
Più che un singolo oggetto, è l’esperienza che si fa del prodotto. Invitiamo chi entra a toccare la pelle, a sentirla. Forse le nostre linee private label 100% toscane sono quelle che meglio rappresentano il nostro focus: naturalezza, praticità e un equilibrio stretto tra qualità e valore.
Notate differenze tra viaggiatori europei e intercontinentali?
Il cliente statunitense è letteralmente innamorato dell’artigianato italiano e dei prodotti non di massa. È un ottimo cliente, non è particolarmente e non è particolarmente sensibile ai brand omologati. Spesso questi viaggiatori raccontano sui social di aver fatto una “scoperta” rara, difficile da reperire nella loro realtà quotidiana.
Il passeggero oggi cerca “esperienze”. Come trasformate l’impulso in una scelta di valore?
La leva principale è l’immersione nel mondo della pelletteria. I nostri store sono ambienti dove si può vedere e toccare, questo non sempre è possibile altrove. Non abbiamo vetrine chiuse perché la pelle ha un odore unico e deve essere “vissuta” prima dell’acquisto. Inoltre, puntiamo molto sulla vendita assistita per spiegare il valore tecnico e artigianale di ciò che offriamo.
Quali sono i prossimi passi? Guardate all’estero o a nuove categorie merceologiche?
Siamo presenti in sei scali italiani. Il format funziona se resta vario e in linea con le aspettative. Valutiamo l’espansione anche tramite collaborazioni con altri player del travel retail sia in Italia che all’estero con formule di tipo temporary o shop per testare i risultati, prima di allargare il nostro format all’estero, dato che la nostra offerta in Italia è già molto attrattiva per i mercati stranieri. Non prevediamo cambi di categoria merceologica: il nostro vantaggio competitivo è fare ciò che sappiamo fare meglio.

